Berliner Boersenzeitung - Csi in Mongolia 30 anni dopo a chiudere il cerchio, 'ci ha richiamati'

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Csi in Mongolia 30 anni dopo a chiudere il cerchio, 'ci ha richiamati'
Csi in Mongolia 30 anni dopo a chiudere il cerchio, 'ci ha richiamati'

Csi in Mongolia 30 anni dopo a chiudere il cerchio, 'ci ha richiamati'

Zamboni e Ferretti, 'il ritorno è restituzione'. Poesia, politica e concerto come rito

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(di Francesco Betrò) "Non è stato uno sforzo di volontà, c'è stato un richiamo, c'è stata una chiamata". Come trent'anni fa, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti tornano in Mongolia nella maniera più inaspettata, dopo quel viaggio del 1996 che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia del Consorzio Suonatori Indipendenti (Csi) e ispirato Tabula Rasa Elettrificata, uno dei loro album più significativi e di successo. In quell'anno rimandarono il tour di Linea Gotica per rispondere a quella chiamata. Questa volta tutto è nato da un invito al Playtime Festival di Ulan Bator, che li ha ospitati il 4 luglio. "È stato un attimo pensare che quello che per me era soltanto un piacere potesse diventare una necessità, qualcosa di molto più grande, quella di coinvolgere i Csi", spiega Zamboni. "La Mongolia non è la mia storia privata. Non ci vai per prendere quello che c'è, piuttosto lo assorbi, in qualche modo diventa tuo". Poi lo elabori: "Il ritorno alla fine è sempre restituzione. Questa per noi è una bellissima chiusura di cerchio". Ma il percorso non finisce qui. Quello in corso è il primo capitolo di un progetto destinato a proseguire nel 2027, quando l'intera formazione dei Csi tornerà a Ulan Bator per completare idealmente il viaggio iniziato quest'anno con il 'Preludio' di Ferretti e Zamboni. Per Ferretti il legame con questa terra è quasi ancestrale. Figlio di una famiglia di pastori, la Mongolia rappresenta ancora uno degli ultimi luoghi in cui sopravvive una civiltà capace di parlare all'uomo contemporaneo. Ma è anche un Paese che cambia. Le strade arrivano nelle steppe e con loro il benessere. "Chi sono io per dire ai mongoli che non devono provare quello che noi abbiamo provato?", si chiede Ferretti, che osserva questa trasformazione "con affetto", senza nostalgia né condanne. Sul palco, però, quella Mongolia continua a vivere. Da Brace, passando per A tratti e Unità di produzione, la scaletta, racconta Zamboni, è stata costruita scegliendo i brani dei Cccp e dei Csi che meglio potessero dialogare con "la potenza" evocata da queste terre, grazie anche agli arrangiamenti della band Lostatobrado, capaci di dare una nuova forza alla voce di Ferretti. "Il palco funziona quando l'orizzontale e il verticale si incrociano", racconta il cantante, per il quale non è "mai un problema di musica", anche se senza di essa "non ci sarebbe niente". Ogni concerto diventa così una "cerimonia", sospesa tra un reading poetico e un accampamento di nomadi raccolti intorno al fuoco, dove la musica sostiene le parole e restituisce alla poesia una funzione collettiva. "Sei lì in una dimensione molto arcaica, in cui l'umanità la giochi proprio al livello più basso, senza nessuna sovrastruttura ideologica, senza niente". È forse questa tensione verso qualcosa che supera il presente a spiegare perché, a quarant'anni dalla nascita dei Cccp, le loro canzoni continuano a parlare anche a chi quegli anni non li ha vissuti. "I temi che abbiamo toccato non sono quelli della piccola contemporaneità", osserva Zamboni, "non si consumano nell'anno in cui è stato pubblicato un album". Ed è anche per questo, aggiunge, che i Cccp non sono mai diventati "un fenomeno da baraccone". "Ci chiamavamo Cccp non perché fosse un vezzo o una moda. Quella storia ci attraversava davvero". "Noi credo che siamo arrivati a toccare quello", gli fa eco Ferretti, "perché la poesia permette una quantità infinita di interpretazioni". Ma proprio quel ritorno alle origini, alla Mongolia come luogo simbolico, finisce inevitabilmente per riportare il discorso anche sulla storia e sulla politica. Quel Paese che, ricorda Ferretti, "è passato da un alto Medioevo magico-materico al socialismo scientifico realizzato", e che lui e Zamboni visitarono proprio mentre quel sistema stava finendo, diventa il punto di partenza per riflettere sulla Cina, seconda tappa del loro viaggio in Asia. "Il comunismo ai cinesi è servito per mantenere l'idea dell'impero", afferma Ferretti. "È stupefacente che l'ideologia più moderna e rivoluzionaria serva a mantenere la cosa più antica sulla terra". Anche Zamboni riconosce che bastano pochi giorni a Pechino per "rimescolare il pensiero". Ad accompagnarli c'è già una videocamera. In queste settimane sono iniziate le riprese di In viaggio, il documentario diretto da Davide Ferrario che seguirà il progetto dei Csi tra il tour italiano e il ritorno in Mongolia. Ed è proprio parlando del film che Ferretti e Zamboni lasciano aperto anche uno spiraglio sul futuro musicale del gruppo. "Un film lo devi musicalizzare", osserva Ferretti. "Quando cominci a lavorare alla musica è inutile sapere in anticipo cosa succederà". Zamboni frena sull'ipotesi di un nuovo album: "Costruire un disco di canzoni è un'altra cosa". Ma nessuno dei due chiude davvero la porta. "Se uno dice che si farà un album di canzoni, no, è ovvio. Però può succedere che le cose si intersechino in un modo tale...". In fondo, come recita una loro canzone, "tutto va come va".

(L.Kaufmann--BBZ)