Berliner Boersenzeitung - Il regista israeliano Gitai, 'non credo nei boicottaggi ma nel dialogo'

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Il regista israeliano Gitai, 'non credo nei boicottaggi ma nel dialogo'
Il regista israeliano Gitai, 'non credo nei boicottaggi ma nel dialogo'

Il regista israeliano Gitai, 'non credo nei boicottaggi ma nel dialogo'

Alla Mostra con The Road to Jericho, bandiera palestinese al lido? 'Che siano tutte unite'

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(dell'inviata Francesca Pierleoni) Sulla possibilità che si arrivi alla pace "non direi di essere ottimista, perché sembrerei troppo ingenuo: la situazione è brutta, molto brutta. Questo film è quasi un lamento per il Paese che amo, di cui non condivido la politica. Non la condivido perché la fanno persone che credono solo nel potere della forza e, quando questa non funziona, vogliono usare sempre più forza, e ancora di più". Lo dice il regista israeliano Amos Gitai, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con The Road to Jericho, mix tra documentario e fiction che unisce materiali d'archivio tratti da film precedenti con le voci, fra gli altri, di Samuel Fuller, Jeanne Moreau, Arthur Miller, Yitzhak Rabin e altri, alla realtà contemporanea dei beduini di Khan El Ahmar, minacciati di sgombero da parte dei coloni lungo la strada che conduce a Gerico. Nel loro villaggio è stata eretta una scuola realizzata, anche con l'aiuto di architetti italiani, usando come materiali terra e pneumatici (le autorità israeliane non avevano dato il permesso di costruzione, ndr) frequentata da 300 bambini e adolescenti, maschi e femmine. "Il nostro ministro delle Finanze ha deciso di voler demolire questa scuola, e la Corte Suprema lo ha autorizzato a farlo. Così, con la mia società di produzione, ho deciso di agire, andando a raccontare le persone nel villaggio: far sentire la mia voce a nome di questi beduini, e anche a nome di un meraviglioso gruppo israeliano di donne e uomini per i diritti umani, che si sono mobilitati per difendere la scuola". Gitai sottolinea di credere "nel dialogo, non nei boicottaggi". Ci troviamo in "una situazione tossica, e dobbiamo parlare. L'alternativa è la guerra". Così "ho voluto realizzare un poema politico, anche nel contesto di una situazione molto ostile - spiega Gitai -. Dobbiamo sollecitare un dialogo, non solo scontro e odio reciproco. Penso che il Medio Oriente non sia diviso tra angeli e bastardi, perché credo che tutti noi siamo entrambi". Il cineasta, classe 1950, è stato "molto contento quando Alberto (Barbera, ndr) e la Commissione hanno deciso, anche se all'ultimo momento, di presentare il film in questo festival che amo e che ha come obiettivo un dialogo civile". Tra le immagini del documentario ce ne sono anche dal suo film non fiction del 2015, Rabin, the Last Day, con una parte della sua intervista al primo ministro israeliano assassinato nel 1995. "L'uccisione di Rabin 30 anni fa ha stroncato sul nascere la possibilità di un dialogo - osserva -. Io lo ammiro, ancora oggi, per molte ragioni, non solo politiche. Quando parli con Netanyahu non sai mai se ti sta prendendo in giro, se ti sta mentendo, se sta manipolando la situazione. Non sai cosa vuole fare. Rabin era una persona semplice e nutriva un profondo rispetto per i palestinesi e il rispetto è la base di un accordo. Se non si crede all'altra parte, non c'è accordo". Infine a chi chiede a Gitai se ritenga che la bandiera della Palestina, come richiesto da più voci, debba essere presente, insieme alle altre, alla Mostra, visto che ci sono in programma anche film di autori palestinesi, il regista risponde: "Lasciamo che tutte le bandiere siano unite".

(O.Joost--BBZ)